Rebetikο, il blues dell’Egeo di Salvatore Pironti

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Rebetikο, il blues dell’Egeo

di Salvatore Pironti

 

Chi fra i tanti visitatori della Grecia, e noi tra questi, non ha colto la magia del suono della lingua greca? Il vocio intenso e partecipato sottolinea i gesti del vivere quotidiano, si esprime attraverso modi intrinsecamente musicali eco di un’antica melodia che non riesce a spegnersi. Nei mercati, nei caffé, negli autobus, dovunque, per non dire della liturgia ecclesiastica, origine di ogni canto, impensabile senza il suo andamento melico. Qualcosa ci ricorda che la cultura di un popolo non passa solo attraverso documenti storici, ma come corrente lo percorre di bocca in bocca.

La storia è nota, potremmo partire dai poemi omerici, cristallizzazione di un lungo percorso poetico discendente dalla tradizione orale. La poesia, infatti, non era destinata alla lettura individuale, ma alla performance pubblica, affidata all’esecuzione di un singolo o di un coro con l’accompagnamento di uno strumento musicale, senza per altro escludere la danza. Nella poesia greca vi era una stretta correlazione tra realtà sociale e politica ed il concreto agire dei singoli nella collettività. Patrimonio comune: il mito.

Il termine  µουσική designava la poesia nel suo insieme quale comunione di parole e musica. Qualcosa di molto vicino al nostro concetto di canzone; e la canzone popolare attingendo alla ricchezza della trasmissione e della tradizione orale è qualcosa di analogo al concetto di poesia come era concepito dagli antichi greci.

La musica popolare nella sua formulazione indipendente dalla cultura dominante “ufficiale” proseguiva per sua natura il patrimonio orale della poesia greca nella composizione, nella comunicazione e nella trasmissione; e la rebetika come manifestazione della cultura popolare è, secondo l’opinione di molti, l’ultima espressione storica della tradizione orale della canzone ellenica.

 

LA STRUTTURA DELLA REBETIKA: I DROMI

La canzone rebetika è scritta a ritmo di danza, ciò non significa che debba necessariamente essere ballata, ma che i tre elementi: canzone, ritmo di danza e accompagnamento musicale sono sempre presenti. È innegabile che la musica rebetika abbia subito, anche dal punto di vista terminologico, l’influsso della musica turca, dunque considerare la rebetika come una variante della musica popolare del mediterraneo orientale la cui origine risale ad arabi e bizantini.

Melodie, quelle popolari greche, affini a quella demotica ed ecclesiastica. Questo significa che le canzoni  rebetika non sono basate su scale di maggiore o minore, come nella musica occidentale, ma su un tipo modale (1) che può anche essere compilato in forma di scala, che ha frasi caratteristiche o modelli di movimento. In questo caso alcune note sono più importanti di altre e alcune relazioni sono enfatizzate.

Come nella musica araba dove sono presenti centinaia di modi o makam ciascuno dei quali sentito come possedesse un carattere speciale, adeguato ad una particolare emozione, umore, tempo, giorno etc., un po’ come i rag della musica indiana. I primi musicisti di rebetika conservarono per un po’ la parola turca che assumerà in seguito la dizione di dromo (strada).

“Quando scrivi una canzone triste, non puoi metterle un dromo rast. Il dromo deve essere solidale alla musica e alle parole… affine al sentimento che hanno le parole così deve essere il dromo”(2).

Così anche la parola, di origine araba, taximi sta ad indicare la (spesso lunga) introduzione musicale nella quale il musicista esplora i dromi in cui la canzone sarà sentita. “il  taximi è facoltativo e si chiama in questo modo perché sistema le note secondo il suo spirito”(3). I  dromi più importanti sono 12 tra cui quelli rast, haizen, hirat, ousak etc..

STRUMENTI

Originariamente nella canzone  rebetika erano usati per l’accompagnamento una varietà di strumenti molto ampia, dal vecchio  oudouti, al sanduri, al violino, alla fisarmonica e innumerevoli altri. Come abbiamo

visto il  buzuki e il  baglama divennero presto i veri strumenti delle  rebetika,soprattutto il  buzuki più semplice da suonare per le sue dimensioni e una gamma di suoni più ampia e più vicina, in altezza, alla voce maschile.

DANZA

Nei caffè aman erano eseguite danze che provenivano un po’ da tutta l’area dell’impero ottomano.

Fra le tante furono lo  zebekiko (nel caratteristico ritmo di 9/8) e il hasapiko (lento o, veloce: hasaposerviko) danza del macellaio, quelle maggiormente usate dai rebetis.

“Tutte le canzoni rebetika si danzano. Circa la metà sono zebekiko  l’altra metà hasapiko. Lo zebekiko è

un ballo individuale. Ogni mangas balla a modo suo, assolutamente personale. Il ballerino di zebekiko danza guardando a terra. Il volto serio, quasi minaccioso. Quando suona l’orchestra in pista danza un solo mangas… Il hasapiko è danzato da due o tre mangas che devono essere amici straordinari, poiché questa danza ha bisogno di un sincronismo perfetto dei movimenti”(4).

Potrà sembrare a qualcuno che da un punto di vista esclusivamente musicale la canzone rebetika possa considerarsi non più interessante e creativa di altre forme della musica popolare greca, che i suoi versi nel migliore dei casi possano risultare composizioni originali come i demotici canti Klefti, banali nel peggiore. Che tutto sommato la danza costituita da passi semplici, per i quali non è previsto un grande impegno fisico, non sia l’apoteosi della destrezza. C’è da chiedersi allora da dove derivi la magia di questa musica. È anche vero che i suoi migliori rappresentanti, da Vanvakaris a Tsitsanis si sono rivelati straordinari esecutori, ma non è ciò in questione. Ciò che importa è la coesione e la coerenza tra vita ed arte, tra musica ed espressione di un’umanità che coglie in pieno non solo la lotta per sopravvivenza, ma i segni epocali di un passaggio storico. “Le canzoni rebetika sono le canzoni delle anime ferite, dei semplici, dei poveri, degli amanti non corrisposti”.

Dopo i rebetis la musica non sarà più la stessa, ma anche il mondo sarà cambiato, ed anche se οι µάνγκες δεν υπάρχουν πια, (I mánghes non esistono più) la loro musica è ancora capace di commuovere ed

eccitare l’ascoltatore. Questo è qualcosa che ha che fare con l’unità di questi uomini e della loro musica.

Il rebetiko è la chiara esemplificazione di come la sorgente oscura del canto riveli la profonda radice popolare di quella musica, il canto diventa di tutti perché risponde agli affetti naturali, ai costumi, alle tradizioni del popolo, e non a caso ancora oggi quei contenuti e quella formulazione fanno della musica greca un patrimonio culturale senza pari in Europa.

IL CAMBIAMENTO, LE CONSEGUENZE DELLA CATASTROFE DELL’ASIA MINORE

In quegli anni la Grecia, fu interessata da intensi flussi migratori sia interni che esterni. Il raddoppiamento della superficie nel 1912, ma soprattutto la catastrofe dell’Asia Minore del 1922, provocarono un massiccio arrivo di profughi sconvolgendo la già debole struttura economica e sociale dello stato greco.

I profughi con il loro carico di tradizione e di musica contribuirono alla ulteriore diffusione dello stile musicale detto smirneico, già noto attraverso gli aman.

Diverse le modalità di composizione e rappresentazione tra rebetikosmirneico. Al contrario del rebetiko, i versi dello smirneico, a parte quelli tradizionali, avevano una struttura molto semplice, generalmente in rima, onde favorire l’improvvisazione. Nella rebetika i versi cominciano ad arricchirsi, diventano più forti, riflettendo spesso la condizione sociale dell’autore che spesso è anche esecutore. Altra fondamentale differenza è il clima esotico, orientaleggiante che si respirava negli aman, dove la donna era al centro dello spettacolo sostenuta da un’orchestra, detta compagnia, composta da molti strumenti(5). Il rebetis è un eroe solitario e i principali strumenti adottati sono il buzuki e il baglamas.

“Dal 1938, circa, in poi il rebetiko diviene autosufficiente e avendo preso ormai ciò che doveva, prosegue da solo. Sostanzialmente caratteristico è il fatto che, mentre nei primi due versi abbiamo una sola

voce, nel terzo e quarto vi sono due o più, dove una, spesso, è femminile; quasi sempre quando escono

le altre voci, sentiamo una nuova frase musicale. Questo tipo di canzone accomuna quasi tutti i compositori del periodo classico, da Toundas a Baiadera a Tsitsanis a Papaioannou.” (Marangakis)

MALAVITA (6)

I grandi centri del XVIII secolo: Smirne, Salonicco,Siros, Kavala, Costantinopoli, Volos, erano città dove, prima che Atene si sviluppasse, avevano una loro vita autonoma, commercio, industria, e avevano un carattere cosmopolita. Queste città, non a caso erano tra i porti più importanti del mediterraneo orientale. Vi si formò abbastanza presto una piccola borghesia, un ceto popolare tra cui possiamo inserire i lavoratori portuali e delle fabbriche, i pescatori, ma anche i lavoratori saltuari e quanti giravano nel sottobosco microcriminale, quelli che in termini generali potremmo associare alla malavita. Musica animata da uno spirito autenticamente ellenico reinterpretato, a sua volta, dalla sensibilità di alcuni dei musicisti più geniali e visionari che la Grecia abbia mai avuto. La canzone rebetika era la canzone della malavita greca, era, più esattamente, la canzone dei rebetis.

“Questi uomini avevano una loro vita sociale, completamente separata da quella borghese, vivevano in determinati quartieri detti  machalas (rione). Anche lo svago del rebetis e dell’uomo del popolo in generale, era diverso da quello del borghese o del paesano. Non possedendo l’organizzazione sociale tipica del paese o la vita regolata e rispettosa del borghese, il  rebetis cercava di divertirsi ogni volta che aveva un po’ di soldi in tasca. Non si aspettavano le feste patronali, le nozze, la domenica, come il paesano o il borghese” (Politi).

I profughi dell’Asia Minore pur non appartenendo alla malavita, finirono per condividere le condizioni sociali dell’emarginazione di cui erano i  rebetis  l’espressione più diretta. Le canzoni dei profughi, in congiunzione alla tradizione demotica ed al patrimonio musicale delle isole, costituirono il substrato che condusse alla creazione della rebetika.

La grande carica innovativa ed emotiva, nonché la professionalità dei musicisti provenienti dall’Asia Minore influenzò senza dubbio lo stile dei rebetis, come i musicisti microasiatici finirono per adottar forme e modi della canzone rebetika. Del resto non vi era una rigida delimitazione di spazi.

I luoghi di esibizione spesso combinavano i due aspetti, aman e tekès, caffè e taverne rappresentavano territori di libero scambio dell’ispirazione musicale, anche se il codice rebetiko restava in parte, per certi versi ideologicamente, chiuso in una sorta di purezza che potremmo definire “manghitudine” “Generalmente, sostiene Petropulos, si può dire che il rebetis o mangas è una persona che vive in una sua maniera originale al di là dalle convenzioni sociali. Il rebetis ha disprezzo delle cose consacrate: non si sposava, non prendeva sottobraccio la sua amica, non indossava colletto o cravatta, camminava piegato, odiava mortalmente gli sbirri, disprezzava il lavoro, non usava mai ombrello, aiutava i deboli, fuma  hashish, reputava la prigione segno di valore, etc.”

Normalmente, i musicisti, i rebetis non godevano di buona fama, erano spesso coinvolti in risse, contrabbando e altre baruffe di strada, alimentavano essi stessi questa immagine, per questo il buzuki era considerato uno strumento sospetto come ricorda il Baiadera.

La distinzione tra rebetis e mangas è storicamente difficile e non sempre chiara nella lingua comune. Per quanto concerna le canzoni, è storicamente accertato che negli anni 30 dello scorso secolo la parola rebetis circolava e identificava persone che agivano nell’ambito musicale dei buzuki. A riguardo il compositore Kostas Birbas dice “…è sbagliato confondere il  rebetiko con il  manghico… ce n’erano di canzoni scritte da Marco, Batis e altri…. le  rebetika cominciano a prendere un’altra forma, abbandonano pian piano le parole dei mangas, e in molte canzoni la musica si addolcisce…”

 

NOTE

1) Modalità: termine usato nella teoria musicale occidentale, e per estensione nelle teorie concernenti altre culture antiche e

orientali (greca,indiana, cinese, araba) per indicare un particolare sistema organizzato di intervalli adottato nella pratica musicale. Secondo i teorici greci, le melodie erano contraddistinte da un carattere (ethos) particolare l’armonia basata su queste produceva effetti sulla volontà e sulla psiche umana.

2) Questo il pensiero di Stelios Kiromitis, uno dei grandi rebetis.

3) id.

4) Petropulos, Mikrà rebetika.

5) Accanto a strumenti della tradizione come saz, sanduri, kanoni, vi erano anche clarino, fisarmonica, ed il ritmo di danza era scandito dalla cantante attraverso piccole percussioni o campanelli.

6) Il musicista Baiadera ci invita a distinguere tra ladri e fumatori di hashish, gente tranquilla tutto sommato.